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Allerta dei microbiologici, boom di infezioni dopo il Covid

Infettivologia Redazione DottNet | 28/03/2025 19:37

Lazzarotto: "Osserviamo un incremento dalle 4, fino alle 10 volte rispetto ai livelli pre-Covid o al biennio 2022-23 delle infezioni"

"Dopo gli anni pandemici in cui si era registrata la riduzione della circolazione di qualsiasi tipo di microrganismo, oggi osserviamo un incremento dalle 4, fino alle 10 volte rispetto ai livelli pre-Covid o al biennio 2022-23 delle infezioni".  Lo ha detto Tiziana Lazzarotto (nella foto), direttrice scientifica Amcli e responsabile dell'Unità operativa complessa di Microbiologia dell'Irccs Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant'Orsola di Bologna nel corso del Congresso nazionale dell'Amcli a Rimini. "Un esempio  preoccupante è  Bordetella pertussis, batterio gram negativo causa della pertosse, una malattia conosciuta da molto tempo e per cui, dal 1990,  esiste un vaccino non cellulare che non presenta effetti collaterali, ma a differenza di quello  precedente, offre una copertura di circa dieci anni. Chi non è più protetto, o chi non è vaccinato, lo può contrarre e trasmettere ai bambini molto piccoli, in cui la malattia ha conseguenze gravissime”, aggiunge Lazzarotto.

Per la pertosse, il Ministero raccomanda la vaccinazione tra la 28esima e la 32esima settimana di gravidanza. “In questo modo – spiega Lazzarotto – si proteggono le madri e, attraverso la trasmissione degli anticorpi, anche i neonati nei primi mesi di vita, fino all’inizio del ciclo vaccinale, previsto tra i 5 e i 6 mesi”. “Da tutto il 2024 e ancora oggi – ha aggiunto Lazzarotto – registriamo percentuali di infezioni che raggiungono il 30%. Passare dallo 0,6% del biennio 2022-2023 a un 30% rappresenta un aumento davvero esponenziale. Anche i virus respiratori, sebbene l’influenza sia arrivata tardivamente con un picco a fine gennaio, hanno mostrato una forte azione patogena, con casi molto severi sia in pazienti fragili, sia in soggetti immunocompetenti e vaccinati”.

La protezione delle categorie più vulnerabili è stata uno dei temi centrali della prima sessione istituzionale, dedicata al ruolo della microbiologia clinica nella prevenzione delle infezioni emergenti nel neonato, nel bambino e nell’anziano. La prevenzione parte dalla protezione del feto nei casi di trasmissione verticale – ovvero da madre a figlio attraverso il sangue o il latte materno. Tra i virus emergenti, si registra un aumento dei casi di Zika e Oropouche, anche se in Italia non sono presenti i vettori tipici, localizzati nell’Amazzonia. Tuttavia, i viaggiatori possono introdurre questi virus RNA, che hanno subito mutazioni e riassortimenti genetici, rendendoli oggi più patogeni rispetto ai ceppi precedenti. I test effettuati mostrano che Zika e Oropouche si replicano nella placenta, infettando il neonato.

“È stato proprio un progetto di sorveglianza sulla pertosse, avviato dopo il Covid, a consentirci di intercettare la circolazione aumentata e i cambiamenti di questi virus – conclude Lazzarotto –. Utilizziamo test sierologici e molecolari su diverse matrici, di primo e secondo livello. La diagnosi non si basa su un singolo test, ma sulla combinazione di più strumenti diagnostici”. Il problema è fare diagnosi – ha commentato Maurizio Sanguinetti, professore di Microbiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e direttore del Dipartimento di Scienze di laboratorio e Malattie Infettive del Policlinico Gemelli –. Senza corretti algoritmi diagnostici, che diventano poi terapeutici, si resta nell’empirismo. La microbiologia deve tracciare il percorso che i clinici seguiranno: senza informazioni rapide, non è possibile avviare terapie mirate ed efficaci”.

Ci sono rischi legati anche all’ingresso in ospedale dei pazienti fragili. “Da alcuni anni – spiega Sanguinetti – è obbligatorio eseguire screening per rilevare eventuali colonizzazioni da germi multiresistenti. Questo consente di monitorare la diffusione e applicare adeguate misure di isolamento. Esistono metodi colturali con risposta in 24 ore e metodi molecolari più rapidi, con risultati in 6-9 ore. In un flusso ben organizzato, le risposte possono arrivare tempestivamente.”  Il contrasto alle infezioni richiede un approccio interdisciplinare: non solo infettivologi, ma anche consulenti, ematologi, intensivisti, internisti, esperti di infection control, epidemiologi ospedalieri e farmacisti. Si stanno inoltre implementando approcci di machine learning basati su dati clinici semplici per identificare pazienti a rischio di infezioni multiresistenti. Mancano ancora network nazionali, ma sono attive diverse esperienze locali. Il piano nazionale di contrasto all’antibiotico resistenza è già alla sua seconda versione, spiega Gian Maria Rossolini, Professore di Microbiologia Clinica all’Università di Firenze e Direttore di Microbiologia e Virologia all’ Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi: “La consapevolezza è aumentata a tutti i livelli, la strategia di contrasto all’antibiotico resistenza è un approccio interdisciplinare, perché si tratta di un problema dovuto a molti fattori. Ad esempio l’abuso degli antibiotici, non solo in campo umano, ma anche animale, per questo serve un approccio “One Health”, che prenda in considerazione tutto l’ambiente, non solo l’uomo. Altro esempio è il fatto che non si riesce a limitare la diffusione di batteri resistenti, in ospedale, perché la diagnostica rapida non è sempre disponibile per guidare l’uso degli antibiotici”.

Controllo dell’uso degli antibiotici, contrasto alla diffusione delle infezioni, ma anche sorveglianza: “Se non sappiamo dare una dimensione al problema non possiamo neanche capire se gli interventi che mettiamo in atto siano efficaci” aggiunge Rossolini. La diagnostica microbiologica in questo è importante perché permette di avere informazioni precise e di mirare gli interventi. “Il problema ora è che a fronte di nuovi antibiotici, vediamo la comparsa di resistenze anche a questi. Le priorità continuano ad essere i batteri gram negativi, gli enterobatteri, e quelli indicati dall’OMS. In Europa c’è un sistema di sorveglianza a più livelli, da quella regionale, a quella nazionale a quella Europea”.

Le tecnologie attuali permettono di caratterizzare i batteri con un livello di risoluzione molto più elevato, consentendo di osservare aspetti prima sconosciuti. È difficile stabilire se oggi l’evoluzione dei microrganismi sia più rapida o se semplicemente prima non eravamo in grado di cogliere i meccanismi più fini. Gli strumenti ora esistono: il punto è renderli accessibili a tutti i laboratori. “In alcuni casi mancano le risorse strumentali – ha spiegato Gian Maria Rossolini – per garantire standard adeguati ovunque. Il servizio deve essere offerto a tutti i cittadini, per questo bisogna investire nella microbiologia, e promuovere una cultura orientata alla clinica, a partire dalla formazione. Serve far comprendere le potenzialità di questa disciplina, che oggi soffre una crisi di vocazioni, anche per ragioni economiche: non è percepita come una professione remunerativa quanto altre specializzazioni mediche.” “All’Università di Firenze – ha proseguito – abbiamo inserito metà della formazione in microbiologia negli anni clinici del corso di medicina, per mostrare le opportunità professionali sia in laboratorio sia in reparto. Coinvolgiamo anche specializzandi di terapia intensiva, valorizzando il microbiologo come consulente del clinico, capace di interpretare i risultati e guidare le analisi. Così si costruisce una cultura condivisa”.

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